mercoledì 9 febbraio 2011

A SILVIO.

Silvio, rimembri ancora
quel tempo della tua vita parlamentare
quando disonestà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi
e tu, lieto e menefreghista
nei Tribunali non salivi?
Suonavan le stanze del Parlamento
e le vie d’intorno
al tuo perpetuo canto e d’Apicella,
allor che all’opre di Leggi
sedevi assai contento
di quel vago avvenir che in mente
avevi.
Eri Premier di Governo
e tu, così solevi
menare il giorno.
Noi italiani talor perdendo
il lavoro e la vita in parte,
d’in sui veroni dell’Arcore Ostello
porgevam gli orecchi
al suon della tua voce
ed alla man veloce
che percorrea
il tuo pisello.
Lingua mortal dice che
all’escort gli stringevi il seno.
Che tristezza soave,
che disperazione, che cori, o Silvio mio!
Quale allor ci apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
una rabbia mi viene
forte e sconsolata
e tornarmi a doler di mia sventura.
O Silvio, o Silvio
Perché non rendi poi
quel che promettesti allor?
Perché di tanto
inganni i figli tuoi?
Tu pria che il mandato tuo finisse
sfrontato e bugiardo
non ti molceva il core
delle negre e trapiantate chiome
e teco le compagne
ai tuoi festini
orgiavan d’amore.
Anche perìa fra poco
la speranza mia
che tu ti dimettessi e te ne andasti via!
Diversamente umano
e tu sei premier?
E questo è il presente? Questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
con cui tutti gli italiani ingannasti?
Questa è la sorte delle umani genti?
All’apparir del vero
tu, disgraziato, non cadesti: e con la mano
il saluto romano, freddo e ignudo
mostri di lontano.
Giacomo Leopardi ed Elisena

Le immagini sono tratte da Google